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Presentazione del libro
“E se esistessi solo in sere d’estate?”
di Danilo Gatto

Febbraio 21, 2016

Domenica 21 febbraio (ore 19,30), a Roma, presso Vegusta in via delle Palme 31 (zona Centocelle), Danilo Gatto presenta “E se esistessi solo in sere d’estate?”, edito da Augh! Edizioni.

E se esistessi solo in sere d’estate? è una raccolta poetica scevra di lirismi, in cui l’autore, Danilo Gatto, affida al verso libero le sue amare e critiche riflessioni sulla contemporaneità, in cui esprime forte la sua denuncia sociale, prediligendo componimenti lunghi dove la parola si fa discorsiva, tende a volte a narrare, come se fermare in poche righe un fotogramma di realtà non bastasse a rendere una complessità che sembra sfuggire di mano all’uomo del ventunesimo secolo.

Già in apertura, nella poesia Alba nel metrò, si fa strada un senso di afflizione che pervade l’intera silloge, in cui l’immagine di uno zingaro ubriaco, steso sui sedili della metro, ci pone subito di fronte al senso di precarietà della vita, alla povertà che ogni giorno incontriamo, risucchiati dalla ormai consueta routine. “È l’alba inesorabile / non un’improvvisa santità. / Quest’oggi l’ubriacone / si desterà un po’ meno solo. / Il Sole è ancora sorto”: il sorgere del Sole, simbolo di calore e di vitalità, diviene qui una condanna implacabile a un’esistenza misera e sempre uguale a se stessa, priva di riscatto e di orizzonti di speranza.

È attenta alle piccole cose, questa raccolta di Danilo Gatto; le poesie si insinuano nelle crepe del quotidiano e vanno a indagare le situazioni ordinarie, i gesti comuni, non urlati e mai banali.

“La meraviglia di un gesto usuale, / la sua forma coerente, / il tempo dedicatogli / con gioia noncurante” (La meraviglia di un gesto usuale): in questi quattro versi è racchiusa la sintesi e la bellezza di un gesto che proprio perché ovvio, se ne è offuscata la memoria. Non siamo più capaci di prestare attenzione, sembra ci voglia suggerire l’autore, abbiamo perso la nostra capacità di ascolto e di comprensione e quel che dovrebbe essere naturalmente splendido, si perde negli abissi della superficialità.
Danilo Gatto sottolinea ancora l’importanza del fare, del plasmare. Emblema ne sono le mani “Le mani pregne di volontà, / nobili utensili naturali, / plasmatrici di materia, / materia prima esse stesse” (Le mani). Sono “mani eterne / che sorreggono i tempi”, perché è la creatività il motore che rende diverso ogni giorno dall’altro, che ci rende liberi e padroni della nostra vita e ci permette di esprimere la nostra più profonda essenza. Sono mani sacre, come quelle del falegname (Alla falegnameria):

L’odore acre della fatica,

del sudore,

del legno appena tagliato,

della vernice,

delle risate leggere.

L’aria densa di polvere e schegge,

il pavimento lercio e scivoloso,

tavole e pannelli buttati, disordinati,

in ogni angolo e non solo.

Di nuovo, il piacere intenso delle piccole ma grandi cose, la dignità del lavoro, la manualità come espressione della propria autenticità.

Ed il ronzio perenne degli attrezzi

è quasi opera lirica

in cui distinguo, oramai, tenori, soprani

ed un’orchestra formidabile.

Conserverò in eterno

l’incanto che mi ha colto.

Il ritorno alla semplicità, alla compostezza, alla spontaneità, in sintesi alla verità, si delinea come l’unica soluzione per non annegare nel mare dell’omologazione, della falsità, della banalizzazione di questa epoca allucinata intrisa di dolore, sofferenze, guerra e sopraffazione.
Dove l’incoerenza e la violenza si manifestano ovunque, anche nell’edilizia che danneggia il verde, “Porzioni naturali / imbavagliate dalla forma, / imprigionate da misure, / numericamente calcolate / da ideatori d’inesistenze” (Il geometra): c’è un “tanfo insopportabile / di sottomissione matematica” scrive l’autore, le case spigolose irrompono disarmoniche nell’armonia della natura, a ferire un equilibrio secolare che ci siamo arrogati il diritto di assassinare.
Senza renderci conto che quel che chiamiamo progresso, è in realtà schiavitù (Modernità):

Ha un fascino celato

l’odierna schiavitù,

l’essere legati da catene

dai colori gentilissimi

il cui inizio si confonde

con la linea d’orizzonte,

la prospettiva di marcire

tra muri di scaffali

stracolmi di robaccia insanguinata

e puzzolente come merda,

strozzati da alimenti

velenosi e in sovrappiù

Siamo schiavi delle vetrine luminose, dei supermercati strabordanti di prodotti alimentari dalla dubbia provenienza, della reificazione: “Cose / su cose / in cose / con cose / tra le mani / sulle spalle / sulle gambe / sopra i letti / di persone / tra persone / in palazzi / tra palazzi” (Importanza capitale).
La moderna società rende gli uomini oggetti illudendoli di essere soggetti liberi, li priva dell’autonomia, ne manipola le esigenze vincolandole al proprio potere:

Sopravvivrai, umano,

a quest’ondata di materia,

alla galera senza sbarre

che vuoi chiamare Società?

Con quali occhi osserverai

i tuoi cari sgretolarsi

sotto i colpi persistenti

di bisogni indotti?

[…]

Vorrai ancora respirare?

Con quest’ultima domanda, che è anche il titolo del componimento, l’autore chiede al lettore, ma anche a se stesso, se vorrà ancora respirare, se vorrà tornare a sentir pulsare la vita dentro di sé, affrancandosi da un potere subdolo, come subdoli sono coloro che per scelta rimangono inerti, annoiati, aggressivi: “Di voi odio / la rabbia indiscriminata, / lo sfogo male indirizzato, / il lamentarvi inutilmente, / l’annoiarvi per vostre scelte.” (Di voi…).

Amara è la vita e il suo sapore, amaro l’inganno di libertà, dolorose le tragedie, le morti incomprensibili, le vittime sul lavoro, come le trecento del crollo della miniera di Samo:

Trecento anime erano uomini

che senz’aria han respirato

e che senz’aria sono morti,

che ci han lasciato da invisibili

lì dove i sensi giungono a fatica.

Trecento anime erano schiavi

perché mai voce c’è giunta

di una strage di padroni;

padroni impassibili, quasi allegri,

di fronte ad un destino ineluttabile.

In Trecento anime, gli operai sono morti invisibili. Una società non è sana se non si fonda sul rispetto dell’essere umano, sulla genuinità della comunicazione, sulla umiltà nel lavoro.

Non è sana se assetata di potere, sanguinaria e prevaricatrice, se uccide, “Si dice che a Parigi /

qualcuno abbia sparato / e lacrime e terrore / inondino le strade” (Sparare), se manda i soldati in guerra mascherando un atto come pacifista pur di accaparrarsi l’oro nero.

Al sangue delle stragi l’autore allora contrappone un altro sangue, quello di Poetare: “È sanguinare immagini dagli occhi / il mio poetare, / dilaniare la coscienza / e tramutarla in lettere”, un rapporto estremamente fisico quello con la scrittura, che strazia le carni, crocifigge lo spirito, lacera i tessuti, vive di iperboli e di ossimori, “È dissanguarsi / il mio poetare”.
La scrittura come possibilità di trasfigurazione, necessità di mettere ordine nel caos, di assaporare il gusto della normalità, risvegliandosi al mattino con la propria amata, leggendo un libro immerso nel respiro della natura, ritrovando lo straordinario nell’ordinario (La porta del Mondo):

Il commesso pakistano sorride gentilmente

e lancia un cenno al lato opposto,

alla folla in fermento delle spezie e degli odori:

sento la caoticità delle strade indiane, dei mercati tipici,

la decadenza delle baracche ancora in piedi per miracolo,

la spiritualità senza tempo degli anziani sui loro bastoni,

la loro pelle unica e le rughe millenarie.

[…]

Il commesso pakistano mi saluta cordialmente

come d’abitudine con i clienti.

Non è un commerciante qualunque

ma un guardiano del Mondo.

 

Dettagli

  • Data: Febbraio 21, 2016

Organizzatore

  • Augh! Edizioni

Luogo